Nell’educazione di nostro figlio stiamo cercando di evitare la parola “schifo”*. Ci stiamo sforzando, non senza sacrifici, di nutrirci anche di quegli alimenti che non ci piacciono dicendo “che buono!” davanti al bambino e imprecando nei rari momenti di solitudine.
Non so se è pedagogicamente corretto ma troppo spesso mi capita di incontrare persone che dicono di un cibo “mi fa schifo” ammettendo poi durante la discussione successiva di non aver mai provato quell’alimento. E non vorrei che mio figlio diventasse uno di loro. Per ora adotto questa linea e più avanti, quando avrà mostrato la sua inutilità o la sua bontà, agirò di conseguenza.
Ma, dio buono, ho fatto alcune cose per educarmi:
- Ho assaggiato e mi sono costruito un personalissimo schedario mentale di ciò che è buono e ciò che è cattivo, di come vorrei che qualcosa fosse cucinato o, anche se non è cucinato come pensavo, se quella cottura esalta o mortifica l’alimento.
- Ho persino una sorta di piccola e lenta capacità di immaginarmi il sapore di due o tre ingredienti associati e, quando ho provato, ciò che ho immaginato e ciò che ho assemblato è stato abbastanza simile.
- Ho speso soldi, quanto potevo permettermi senza chiedere prestiti, per provare alcuni dei ristoranti più quotati che potevo trovare nei posti dove andavo per capire il presente ed il futuro, la creatività e l’inconsueto.
- Ho mangiato ovunque potessi senza farmi abbagliare da stelle, cappelli, centesimi o lumache. Parimenti ho assaggiato nei mercati, nelle osterie familiari, nei tuguri dove veniva garantita una cucina attenta ai sapori della tradizione.
- Sono stato accompagnato verso il piacere gastronomico da un arrosto misto e da spaghetti affumicati e nello stesso modo sono stato portato allo stupore o al patimento.
- Ho letto e provato, nell’angusta mia cucina, a fare e rifare.
Insomma mi sono sottoposto ad un lento percorso educativo, non concluso e ancora parziale, e adesso pretendo. Voglio che chi lavora per me in cucina, per me cliente voglio dire, si esprima al meglio e sia consapevole quanto me che quello che sta facendo è una porcheria quando lo è. Voglio poterlo dire al cameriere e allo chef quando in cucina non si accorgono che quello che bolle in pentola è sbagliato. Tutto dopo aver assaggiato s’intende.
La pelle del pollo è diventata moccio? Te lo voglio dire. C’è così tanto sale da disidratarmi sulla seggiola? Voglio poterlo dire. L’abbinamento della maionese con la zuppa inglese è una cacata pazzesca? Voglio poterlo dire.
Ma non voglio fare come un tale che conosco che a cena in un famosissimo ristorante toscano disse al maître che chiedeva se avesse gradito la famosissima insalata di alghe, erbe aromatiche e radici: “Si, si. Ma tutti questi euro per un’insalatina scondita mi paiono esagerati”. Non critico l’idea, il suo gusto o altro del mio conoscente che del resto è liberissimo di esprimere ciò che vuole, ma i modi.
Il problema è che io sarei come lui, non riguardo alla suddetta insalata che a me è parsa intelligente e spiazzante, ma mi trattengo. Ecco non è che voglio dirlo a tutti i costi, il problema vero è che quando voglio, o quando mi chiedono “Tutto bene?”, non lo so fare.
Il mio problema è: come poter presentare i propri dubbi su un piatto temendo che la risposta sia: “Ma cosa vuoi? Io sto tra i fornelli dal ’64, Ducasse si è complimentato con me e mi vieni a dire queste fregnacce?”. Lo ammetto sono un ansioso, mi preoccupo delle possibili reazioni e preferisco stare zitto. Sono uno di quelli che a scuola affermava di aver capito tutto anche quando non era vero. Ma vorrei sorpassare questa fase.
Come posso dire a Sultano che una sua preparazione non mi è piaciuta senza essere percosso con un maialino di Nebrodi? Come alla Piccini che era andata troppo in la con una cottura senza essere colpito con la spianatoia? Come dire a Scabin che c’è troppo celophan nel cybercaffè senza essere usato come posacenere? (Per onestà: l’unico dei tre che non ho provato è Scabin. Attendo il momento di sperimentarlo con la stessa trepidante attesa di un bacio da Michelle Pfeiffer. Le preparazioni degli altri due mi hanno caricato di gioia, non tutte nello stesso modo, ma tendenzialmente mi sono piaciute).
Come posso sperare che quello che dico sia condivisibile e poterne parlare, poter vedere davanti a me una persona che trova pochi minuti di tempo per darmi la sua versione? Come faccio a chiederglielo senza risultare un maleducato?
*Naturalmente parlo di cibo e non dell’associazione schifo-guerra, schifo-miseria, schifo-ignoranza, schifo-prepotenza, schifo-tutte quelle cose che dovrebbero fare schifo a tutti.